Disagio e Malessere

Il peso psicologico dell’essere straniero in Italia oggi

Home / Approfondimenti / Disagio e Malessere / Il peso psicologico dell’essere straniero in Italia oggi
3 min

Essere straniero in Italia oggi si porta dietro un peso psicologico non indifferente: a prescindere dalla situazione normativa, proviamo a capire quali vissuti può generare e come affrontarli prendendo ad esempio il caso di Danielle Madam

Essere straniero in Italia oggi si porta dietro una serie di implicazioni, pratiche ma anche psicologiche, che troppo spesso noi che siamo nati in Italia da genitori italiani, e che quindi non abbiamo dovuto lottare per ottenere la cittadinanza né tantomeno per “sentirci” italiani, tendiamo a sottovalutare.

Noi tutti, a prescindere dall’appartenenza, siamo abituati a pensare per opposti: giusto e sbagliato, bianco e nero, buono o cattivo, italiano o straniero, dimenticandoci che invece siamo fatti tutti, chi più chi meno, di contraddizioni, paradossi e sfumature.

Quando parliamo di identità, queste contraddizioni sono ancora più evidenti: trovare se stessi e definire la propria identità significa riuscire a far coesistere in equilibrio due spinte contrapposte:

  • la spinta ad “appartenere”, cioè a sentirsi parte di una famiglia, una tradizione, un gruppo, un luogo, uno spazio
  • la spinta ad “individuarsi”, cioè a differenziarsi da ciò a cui si appartiene, e ad autodeterminarsi

Ma quale ruolo hanno queste spinte di appartenenza e individuazione nel processo di costruzione dell’identità e soprattutto nell’identità dei migranti delle cosiddette seconde e terze generazioni, i figli di genitori stranieri nati in Italia?

Stranieri in Italia: quando la legge non ti riconosce

Da un punto di vista legislativo, il tema della cittadinanza italiana di queste persone, che non solo vivono nel paese da molti anni ma hanno messo radici, si sentono appartenere a questo luogo, alla lingua parlata e a delle tradizioni culturali e qui progettano il loro futuro, non è sicuramente al passo con i cambiamenti demografici, anzi.

La legge in materia dà spesso luogo a situazioni ambigue, in cui il giovane migrante si sente appartenere ad un contesto che formalmente non lo riconosce: questa condizione può avere un impatto sul vissuto interiore, di cui molto spesso non si è consapevoli.

Essere straniero in Italia oggi: l’esempio di Danielle Madam

Recentemente si è parlato molto della storia di Danielle Madam, giovane campionessa sportiva che, pur essendo residente in italia da più di quindici anni e avendo gareggiato in nazionale con la maglia dell’Italia nella sua specialità, il lancio col peso, ha ottenuto la cittadinanza italiana solo da pochissimo tempo.

Un evento che ha avuto grande risonanza emotiva, non solo nell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto per la giovane campionessa, che ha condiviso sui social la sua emozione nel ricevere la cittadinanza tanto attesa.

A ben guardare però la vicenda nasconde un incredibile paradosso: com’è possibile che un’atleta abbia gareggiato con la maglia italiana senza “essere” italiana?

Riuscite a immaginare le implicazioni psicologiche che tutto ciò può aver avuto per la giovane Danielle?

Sentirsi italiana, scegliere di gareggiare per portare in alto il nome dell’Italia, il paese a cui Danielle sente di appartenere e che tuttavia non la riconosce come sua cittadina: il vissuto che ne deriva sarà un vissuto fortemente complesso, fatto di sfiducia, di scarsa autostima, di senso di colpa per non sentirsi abbastanza per essere riconosciuta come italiana. 

Come fare fronte a tutto questo?

Essere straniero in terra italiana: conclusioni

Nella speranza che la legge decida presto di semplificare l’attuale iter per essere riconosciuti come cittadini italiani, da un punto di vista psicologico il singolo individuo può agire sempre sulla propria capacità, come dicevamo prima, di autodeterminarsi, cercando di costruirsi il suo personalissimo equilibrio tra appartenenza e individuazione.

Come afferma la psicoterapeuta Virginia Satir:

“non dobbiamo permettere alle percezioni limitate degli altri di definire chi siamo”.

Un consiglio che vale non solo per i figli di migranti di seconda e terza generazione, ma anche per tutti coloro che vivono l’oppressione di un contesto che sembra suggerirgli che non sono capaci, non sono abbastanza o non ce la faranno mai. 

Danielle Madam insegna.

Chi sono
Menu