In Italia sono numerosissimi i giovani che hanno un’identità pluriculturale: soltanto nelle scuole, il rapporto è di 1 alunno straniero ogni 10 (un numero che negli ultimi 10 anni è raddoppiato).

Nella maggior parte dei casi si tratta di bambini e adolescenti di seconda  generazione, ovvero la generazione successiva, i figli di migranti.

Avere un’identità pluriculturale può essere un vantaggio, ma in alcuni casi si rivela per questi giovani fonte di sofferenza. Vediamo perché.

Il fenomeno migratorio oggi

Il fenomeno migratorio è un fenomeno complesso ed è quindi difficile trarre conclusioni valide in generale. Tuttavia nella mia esperienza professionale ho osservato alcune situazioni comuni.

In certi casi ci sono genitori che si vergognano della propria provenienza culturale, oppure con la migrazione tentano di “buttarsi alle spalle” un passato doloroso che diventa, per i loro figli, un interrogativo senza risposta. 

Addirittura il desiderio di cancellare il passato precedente al viaggio migratorio è tale che alcuni genitori non insegnano neanche la lingua ai figli, che si trovano così a non saper parlare la lingua del paese di origine

In altri casi invece, i genitori hanno il timore che i figli possano “perdere” alcuni valori della propria cultura di origine, e insistono fortemente su alcuni punti: così facendo non permettono ai figli di sperimentarsi e spesso assistiamo a un vero e proprio conflitto, poichè i figli vivono immersi in una cultura differente

Quello che a volte accade è che i figli si trovano in una specie di limbo e non sanno da che parte stare. Oppure non sanno da dove vengono e quindi, quantomeno in parte, chi sono. 

Le difficoltà quotidiane dell’essere figli di migranti: l’esempio della scuola

Le difficoltà quotidiane che si trovano ad affrontare i figli di migranti sono spesso legate al know-how, ossia il “come funzionano” le regole, le tradizioni e le usanze del paese in cui vivono. Un esempio è il sistema scolastico: i genitori non parlando bene italiano possono fraintendere le istruzioni del maestro o della maestra, possono vergognarsi a scrivere qualcosa sul diario o a chiedere chiarimenti.

I figli si trovano così, molto spesso, soli ad affrontare un ambiente esterno di cui nessuno intorno a loro conosce il funzionamento.

Si trovano quindi fin da piccoli ad essere fortemente responsabilizzati. Per non parlare delle attività extrascolastiche, delle biblioteche, delle iniziative culturali, anche gratuite, le cui informazioni circolano molto spesso solo all’interno di un sistema di cui le famiglie migranti faticano a prender parte. Tutte cose che chi è immerso nella propria cultura dà per scontate.

Essere figli di migranti ha dei vantaggi?

Il rapporto tra genitori e figli, in famiglie con storia migratoria, può essere davvero delicato. Tuttavia questo spazio a metà, nè qui nè lì, può essere abitato ed essere esso stesso identità. 

La scrittrice Gloria Anzaldùa chiama questo spazio Nepantla, una parola Nahuatl che indica lo spazio tra i corpi d’acqua. Uno spazio limitato, dove non si è né questo né quello, ma si è in cambiamento, in una specie di costante transizione.

Abitare questo spazio può rivelarsi scomodo e faticoso, ma non bisogna dimenticare che la vita stessa è cambiamento, e chi è abituato a cambiare, ad abitare questo spazio in continuo mutamento, può esserne avvantaggiato in alcuni momenti. 

Abitare il cambiamento 

Gli abitanti del cambiamento, coloro la cui identità è in costante movimento, hanno sì molte sfide da affrontare ma hanno anche la possibilità di imparare ad affrontarle con uno spirito totalmente diverso: con la consapevolezza del fatto che tutto cambia nella vita, nulla resta identico a se stesso per sempre.

Cambiare significa anche saper lasciare indietro qualcosa, accettare la perdita. Nel caso dei figli di migranti, la perdita diventa parte dell’esperienza quotidiana, e spesso questi giovani sono più abili a lasciar andare il passato per rivolgersi a ciò che di nuovo sta arrivando. 

Paradossalmente, questa esperienza identitaria può rivelarsi dunque particolarmente utile per affrontare la vita e sapersi muovere, di qua e di là, a seconda dei diversi contesti e delle situazioni.

I figli di migranti che riescono ad elaborare questa loro appartenenza doppia e a costruirsi un’identità multipla saranno quindi adulti più consapevoli, più liberi di scegliere e meno soggetti all’ansia della pressione sociale al conformismo. 

Insomma, adulti in grado di costruire una società più aperta e inclusiva.

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