Tutte le madri se lo sono chiesto almeno una volta nella vita: sono una buona madre? Ma cosa significa davvero essere buone madri? E quanto contano le aspettative degli altri sul nostro ruolo di genitore?

Sono una buona madre?

Tutte le mamme se lo sono chiesto almeno una volta nella vita. 

Nel contesto sociale in cui viviamo riceviamo innumerevoli messaggi riguardo a come dovrebbe essere una mamma, cosa dovrebbe fare, come si deve comportare e così via.

Ma come si sente una madre a riguardo?

Che ruolo hanno le aspettative degli altri, non solo il contesto sociale, ma anche gli stessi familiari, nell’autostima materna?

Se sei una mamma, ti sei mai fermata a riflettere sull’impatto che questi messaggi hanno su di te e sulla tua relazione con i tuoi figli?

Sono una buona madre? I racconti di alcune giovani mamme

Non preoccuparti della perfezione,

non la raggiungerai mai.

Salvador Dalì

Nella mia esperienza ho lavorato con donne madri italiane, latinoamericane, nordafricane, est-europee, asiatiche. Tutte avevano in comune il contesto sociale in cui vivevano: il nord italia.

Ho ascoltato il disagio provato da una madre che si rende conto di aver messo in atto dei comportamenti per via della pressione esterna e non per una decisione personale. 

Ho ascoltato gli enormi sensi di colpa legati al non sentirsi adeguate, direi perfette, in confronto alle aspettative sociali, o di alcuni familiari e conoscenti.

Ho ascoltato anche la rabbia di madri che si sentivano in dovere di conformarsi ad un “modello”, perché in caso contrario avrebbero potuto “perdere” un legame o un appoggio importante, di una persona cara. 

Una volta, una neomamma giovanissima mi ha raccontato che una signora anziana, sconosciuta, per strada, si era permessa di dirle cosa stava facendo di sbagliato in quel momento con sua figlia che piangeva, con il risultato di farla sentire mortificata. 

Altre due mi hanno raccontato di quanto pesi lo sguardo della gente, soprattutto in situazioni difficili in pubblico, quando i figli fanno i capricci o quando tra passeggino, buste della spesa e quant’altro, si fa difficoltà a salire su un treno e non c’è nessuno disposto ad aiutare. 

In queste occasioni, gli occhi dei passanti pesano come macigni.

Sono una buona madre? Non sono gli altri ad avere la risposta

Quando si è genitori, soprattutto alla prima esperienza, è ovvio sentire la pressione delle aspettative altrui.

A volte queste sono esplicite, altre volte implicite.

In alcune situazioni possono essere, ad esempio, i nonni o gli zii ad avere molte aspettative nei confronti di come ci si dovrebbe comportare con i propri figli e ad osservare costantemente che i neo-genitori si comportino in modo “adeguato”.

La mia esperienza professionale riguarda soprattutto le madri, ma sono certa del fatto che anche i padri abbiano il loro carico di aspettative a cui far fronte, probabilmente in modo indiretto. 

Come fronteggiare le aspettative degli altri sulla genitorialità 

Il giudizio altrui, le aspettative, la pressione, espliciti o meno, suscitano reazioni diverse: alcune persone riescono a reagire in modo positivo, anche lasciandoli scivolare via e trovando strategie per farvi fronte senza sentirsi sopraffatti, inadeguati o colpevoli. 

Molto dipende dalla propria storia personale e dalla propria sensibilità: ad esempio per alcuni può risultare più facile ignorare gli sguardi degli sconosciuti, mentre invece ci si lascia condizionare dal commento di una zia.

Allo stesso modo, esperienze all’apparenza banali possono essere difficili da tollerare, con il risultato che questa pressione e questo giudizio vanno a finire proprio nella relazione tra genitore e bambino, senza che ci si accorga di questo; e contro il proprio volere si deteriora la relazione a cui si tiene di più, quella con i propri figli.

Purtroppo a volte accade anche che proprio quando è più difficile trovare la forza dentro di sé per tenere insieme tutti i pezzi, ci si vergogna e si fa più fatica a chiedere aiuto.

A quel punto è ovvio che la risposta alla domanda “Sono una buona madre?” o più in generale “Sono un buon genitore?” non è più così scontata. 

Come diventare madri “sufficientemente” buone

Eppure una madre per essere “buona” non ha il dovere di essere perfetta. 

Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico attivo nel secolo scorso, fu il primo a teorizzare il concetto della madre sufficientemente buona.

Una madre sufficientemente buona è una madre che sa istintivamente come accudire suo figlio, che ascolta il proprio istinto, l’intuizione, che è creativa e segue i bisogni del bambino e a volte, in modo graduale, lo frustra (ovvero non risponde sempre e in modo perfetto a tutte le sue richieste). 

La madre sufficientemente buona è una madre non perfetta, ma consapevole delle sue capacità, una madre che ha autostima: questo le permette di prendersi cura della prole senza sentirsi in colpa quando, appunto, non soddisfa le aspettative degli altri rispetto al suo essere genitore. 

Winnicott ci insegna così che per uno sviluppo sano dei propri figli il voto a cui bisogna ambire è un “buono”, anzi un sufficientemente buono, non un ottimo. La perfezione, in questo quadro, non solo è sopravvalutata, ma è una trappola mentale. 

Genitorialità e sensi di colpa: come affrontarli 

E se i sensi di colpa restano?

Quando i sensi di colpa diventano soverchianti, così come le altre emozioni legate alla genitorialità, diventa indispensabile avere uno spazio relazionale in cui fermarsi a parlarne, raccontare, capire cosa sta succedendo, anche facendosi aiutare dai propri cari. 

Un percorso psicologico può aiutare nel duro lavoro della genitorialità, per arrivare ad affermare (senza punto interrogativo) sono una buona madre.

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