Omosessualità
3 min

L’omosessualità, come diversità, è ricchezza malgrado gli stereotipi!

Home / Storie di vita / Omosessualità / L’omosessualità, come diversità, è ricchezza malgrado gli stereotipi!

Questo è quanto ho imparato, e imparo ancora oggi, nella mia vita: la vita di un uomo gay in un mondo etero-referenziato.

Che significa? Significa che in questa vita, se ti va bene, puoi anche essere gay e vivere felice, ma comunque, di default, vivrai in un mondo che pensa, nella stragrande maggioranza dei casi, che il binomio uomo/donna è più naturale dell’amore, magari diverso, che prova quest’uomo (questa donna).

Da piccolo mi chiedevano “ce l’hai la fidanzatina?”.

Come se non avendo quella, qualunque altra cosa non valesse. Mica potevo dirgli “no, ma mi piace Ciro”? O meglio: potevo, ma non lo feci mai.
Ero alla TV e a Sanremo arrivava Ricky Martin “per la gioia del pubblico femminile”. E la mia di gioia?

Mi sentivo incompreso, marginale, solo. Quando mi prendeva peggio mi sentivo addirittura di serie B o sbagliato. La fine era sentirmi persino colpevole di essere sbagliato. Insomma era una sabbia mobile.

Non ci fu una fine, per fortuna, ma comunque mi sentivo spesso nessuno.
Sono cresciuto così senza riferimenti. Senza un simile, un modello, qualcuno in cui potermi riconoscere per ciò che sentivo. Ad ogni compleanno mi scoprivo sempre più diverso da ciò che mi circondava; era una scoperta sempre più alienante.

Avevo paura e così lo mettevo a tacere quel me – alieno. Non sapevo cosa stavo diventando, ma sentivo comunque resistenza intorno a me.

Al centro commerciale quando la commessa fermava le coppie uomo/donna per vendere un materasso, io “imparavo” e davo per buono che maschio/femmina doveva essere. Accettavo quella immagine e quindi non comprendevo me. Con quella commessa moriva una parte di me.

A scuola, i silenzi si alternavano alle parole di incomprensione o di pregiudizio, lasciando spazio anche a qualche bulletto. Ci furono momenti di tolleranza o conforto, ma non furono mai abbastanza per colmare davvero quel vuoto dentro: solo io potevo fare la differenza, ma questo ancora dovevo impararlo.

Chi sapeva se sarei sopravvissuto. Dicevo a quell’incubo di sparire ma chi spariva invece ero io, dietro l’inumanità e gli stereotipi.

E così se da un lato svanivo in segreto, nel mio segreto. Dall’altro il mio me restava lì. Altro che sabbia mobile, riaffiorava e veniva fuori sempre più.
Mi sentivo non a misura del mondo. Ho capito crescendo che era lui a non essere a misura mia.
C’è tutto questo dietro una vita gay in un mondo etero-referenziato: un mondo non a misura dei suoi uomini.

La svolta fu a 25 anni. Arrivai al belvedere di San Martino con un ragazzo ed era sera tardi. Oltre a noi c’era già una comitiva di ragazzini tutti maschi, chiassosi. Erano brilli e un po’ bulli. Quei ragazzini erano i bulli della mia infanzia…

In quel momento pensai: o loro o io. Mi dissi che il mondo apparteneva anche a me, come quel panorama che io non volevo rinunciare a vedere con il mio tipo. Vivere o sopravvivere? Non valeva la pena continuare se non potevo essere me stesso e libero.

Fino ad allora mai mi ero vissuto un ragazzo in pubblico. Mi feci coraggio sentendo che non poteva più essere altrimenti. Abbracciando il mio lui abbracciai quel panorama, e con esso il mondo intero.

I bulli forse ci fissarono ma io avevo vinto la mia battaglia e dato il bentrovato a un nuovo Me. Quella notte avevo trovato, in me, il mio porto sicuro. Non lo sapevo ancora, ma da lì, continuando ad ascoltarmi, comprendermi, accettarmi, il mio porto sarebbe diventato una pista di decollo.

Ripetendo a me stesso che ognuno ha il suo tempo, e la sua strada, ho imparato che ingiustizie e discriminazioni fanno parte del viaggio, ma io posso viaggiare felice se sulla mia bici ci resto saldo. Anche se è lilla ed ha il cestello.

Oggi so che esprimersi in termini etero-rererenziati, discriminare, ferisce soprattutto i più piccoli dei diversi, alimentando l’idea che “nella norma” è “migliore”.

A fare distinzioni tra gli uomini, alla fine perdono (quasi) tutti. Ci sarà chi sarà discriminato e chi discriminerà, che tanto i ruoli si invertono, prima o poi.

A te, collega che hai 60 anni e mi riprendi giù all’ufficio se bacio il mio compagno, sappi che ci sono siti per adulti certamente migliori. Si fa per dire.
Mentre a te, commessa del centro commerciale, dico che il materasso io e N. lo consumiamo e pure tanto. La prossima volta ti conviene offrircelo, credi a me!

Le diversità sono in tutti, per questo non può che esserci inclusione.

M. Uomo 32 anni

Approfondisci

1 Commento. Nuovo commento

  • L’esperto risponde
    Francesca Pezzoli
    Psicologo/Psicoterapeuta
    17/06/2021 16:46

    Caro M.,

    il tuo percorso di affermazione personale è di esempio per tutti coloro che stanno cercando la strada giusta, dove il giusto in assoluto non esiste.
    Il punto focale di tutto il tuo racconto risiede nel ribaltamento dell’ottica per cui non ci sentiamo a misura del mondo quando in realtà è il mondo a non essere a misura nostra.

    Credo che nel tuo Io più profondo, il riconoscimento di te stesso sia iniziato proprio qui e proprio nel momento in cui hai smesso di “sparire dietro ad uno stereotipo”, iniziando a vivere la tua omosessualità senza catene.
    Nella nostra epoca dove, nonostante tutto, continuano a manifestarsi episodi omofobi, credo che la tua testimonianza sia fondamentale per l’accettazione di sé e per la totale integrazione dell’identità sessuale nella propria vita.
    Grazie per questo tuo racconto, per certi aspetti molto divertente!

Devi essere connesso per inviare un commento.
Approfondimenti
Menu